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Praga 1968 (con Monaco e Vienna)

Un itinerario della memoria nella primavera 2018.

Avendo ricevuto un invito dall’Istituto Italiano di Cultura di Praga diretto dal vecchio amico Giovanni Sciola per l’apertura della mostra fotografica Praga 1968, ho deciso di partire in auto guidando per alcune migliaia di km e toccando altre 2 città in cui avevo vissuto negli ultimi 20 anni (appunto Monaco e Vienna).

La mia prima volta a Praga fu di passaggio verso l’Est europeo nel 1969, periodo che per noi studenti universitari a Bologna significò svariate cose; 20 anni prima della caduta del muro di Berlino, sempre a bordo di un’auto con la tenda al seguito (i soldi per l’albergo non c’erano) vedemmo la Piazza di S. Venceslao con ancora i cumuli di sanpietrini divelti e il ricordo di Jan Palach presente, nonostante la sua tomba fosse stata di notte fatta scomparire dalla polizia, per impedire alle persone di depositare fiori e ricordare così la primavera interrotta dai carri armati del Patto di Varsavia, guidati dai Sovietici.

“Quello che non potremo scrivere sui giornali, lo scriveremo sui muri. Quello che non potremo scrivere sui muri, non smetteremo di pensarlo.” Anche questa scritta fu cancellata dalla restaurazione subito dopo.

L’ampia mostra fotografica e il relativo catalogo presentano le foto di Carlo Leidi, Alfonso Modonesi, Pavel Sticha e Sune Jonsson, con il coordinamento di Walter Liva del Craf di Spilimbergo.

Sto cercando di portare in Emilia-Romagna entro l’anno tutto questo materiale.

Contemporaneamente a Praga ho visitato anche l’altra monumentale mostra di Josef Koudelka ( Returning), in bianco e nero rigoroso, al Museo delle Arti Decorative, per festeggiare i suoi 80 anni di erranza nel mondo e nello specifico mi ha naturalmente colpito la sezione dell’invasione della capitale cecoslovacca.

La grande foto della chiatta che trasporta sul Danubio la statua a pezzi di Lenin (ripresa anche ne “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos) parla da sé.

Il ritorno del protagonista del film approda alla fine a Sarajevo, un altro simbolo della dissoluzione di due mondi ancora oggi non compiuta.


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