Lettera da Londra 06 / This is London

March 22, 2015

“Il lunedì mattina, in una famosa pizzeria del mercato coperto di Brixton, li vedo prendere lezioni di gruppo su come usare una macchina del caffè. Hanno trenta, venticinque, venti anni. A volte vorrei chiedere loro: cosa fate qui? Cosa credete di trovare? Non ci tengo ad apparire come il tipico immigrato dell’ondata precedente che guarda con sufficienza gli immigrati più recenti. Eppure so che questa città divorerà molti di loro. Strapperà loro il cuore e lo servirà con patatine in un baracchino di Camden.

L’immigrazione italiana a Londra è una faccenda antica, ha avuto ondate successive e ravvicinate fin dagli anni Cinquanta – quando italiani erano i parrucchieri, sarti, ristoratori, gangster dandy di Soho – e anche da molto prima. Oggi gli italiani trasferiti a Londra fanno mille lavori, spesso di primo piano. Magari tirano su bambini – mai sentiti tanti bambini parlare italiano a Londra come adesso. Cosa c’è di nuovo allora?

Di nuovo ci sono i numeri dell’ultimissima ondata migratoria, quella dell’ultimo paio d’anni. L’immigrazione italiana, soprattutto giovanile, nel Regno Unito ha avuto un’impennata ufficiale del 50% dal 2012 a oggi. E cosa finisce a fare questa nuova ondata di manodopera? Spesso compete con l’ondata spagnola per fare i lavori che fino a un anno fa facevano gli immigrati dell’Est Europa: Starbucks, Pret A Manger, le casse delle grandi catene di negozi. Quelli fortunati, i cassieri da Whole Foods. Vengono a nutrire una città famelica il cui appetito principale è proprio quello per lavoratori a basso costo. Poco più di sei sterline all’ora la paga sindacale. Sognando di fare gli hipster a Dalston, riuscendo al massimo a pagare una stanza a Stratford.

Alcuni appaiono così irrimediabilmente fuori posto che è facile prevederne il futuro: qualche mese a servire caffè da Starbucks, il costo della vita sempre più insostenibile, infine tornare alla provincia italiana da cui sono venuti. Altri appaiono più determinati e consapevoli di dove sono: in una delle metropoli più affascinanti, certo, e più crudeli del pianeta. Come canta Jamie Woon: “Anything can happen in the city but you can’t sit down”.

Di fatto, luoghi come Londra o Berlino, approdi di massa dei giovani immigrati italiani, rappresentano una possibile soluzione pratica, e insieme una valvola di sfogo dell’immaginario. Sapere che esistono, che sono disponibili, anche se le possibilità che offrono sono sempre più limitate, aiuta a calmare la claustrofobia della gioventù italiana: sia per quella che parte, sia per quella che rimane a casa. Almeno fino a quando quegli approdi saranno effettivamente disponibili. Il governo britannico ringhia sempre più forte contro l’immigrazione interna europea: presto, chissà, trasferirsi liberamente nel Regno Unito potrebbe diventare difficile per i giovani europei.”

(Marco Mancassola)

 

Ci tenevo a citare questo testo di Marco, un altro expat italiano che vive a Brixton e ha scritto fra le altre cose “Non saremo confusi per sempre”, conosciuto una sera durante un reading alla biblioteca dell’Istituto italiano di Cultura a Londra.

 

Inizio questa mia lettera n° 6 ai primi di luglio da una casa in pietra tra le Apuane e il mare con i risultati del referendum greco appena arrivati e un caldo feroce che mi fa quasi rimpiangere i 13 gradi britannici di questi giorni.

Sono passati 2 mesi da un’altra votazione, quella politica che ha consegnato ai conservatori di Cameron una quasi inaspettata vittoria e una batosta elettorale da cui il Labour Party fa ancora fatica a riprendersi.

In compenso la Scozia ha fatto man bassa sul suo territorio spedendo una nutrita rappresentanza di SNP a Westminster.

Si pone ancora una volta la questione della Capitale e delle periferie del Regno, della o delle identità britanniche e anche del cambiamento del sistema elettorale attuale, (ipotesi proporzionale?) con centinaia di migliaia di voti andati persi a favore dei partiti maggiori.

 

Nigel Farage ha perso definitivamente la faccia, oltre a racimolare solo un MP, con una acrobazia da clown, dimissionario un giorno e ritirando le dimissioni 48 ore dopo in nome della tenuta del partito

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