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Lettera da Londra 05

March 22, 2015

Care amiche e cari amici lettori di questa lettera dalla perfida Albione,

 

a fine mese qui chiude il Parlamento per permettere lo svolgimento della campagna elettorale dal primo aprile (April’s fool), coincidenza che si adatta secondo me molto bene al clima di gazzarra ignobile di ogni mercoledì durante gli ultimi dibattiti (?)  alla Camera dei comuni. La definizione è di un membro laburista del Parlamento, che si lamentava con lo Speaker della Camera incapace di controllare (Order! Order!) le urla dei peones dei 2 partiti a sostegno dei principali duellanti (Cameron & Miliband).

Le schermaglie mediatiche si soffermano ora sui dibattiti da organizzare in tv, e il Primo Ministro è accusato di codardia per sottrarsi a un pubblico confronto con gli altri leader.

 

Saranno le elezioni più incerte da una generazione, in un paese sottoposto da mesi a bombardamento mediatico sui temi che nelle lettere precedenti ho provato ad elencare: il terrorismo ha comunque il primo posto, con le ultime rivelazioni sul tagliagole dell’Isis Jihadi John a cui è stata data una identità britannica

( Mohammed Emwazi, da Ladbroke Grove, quartiere della capitale, ribattezzato “Londonistan” negli anni ‘90, che dice quasi tutto ) e  su cui i servizi inglesi avevano acceso una luce da tempo, con un possibile reclutamento a scopo di infiltrazione.

 

L’uscita dal Regno unito delle 3 ragazze minorenni con destinazione la Siria per raggiungere l’Isis provoca naturalmente altri interrogativi; la scuola di provenienza cerca di allontanare da sè ogni sospetto di radicalizzazione dei giovani, ma questo pone anche la questione  del sentimento di emarginazione percepita da larghe fasce di popolazione musulmana, giovanile e non, che non abita certo nei quartieri eleganti della capitale e che diviene luogo di potenziale indottrinamento estremista.

Ogni anno circa 3.000 giovani fra i 9 e i 25 anni contattano la Muslim Youth Helpline fondata da Anira Khokhar, confessando il loro spaesamento e denunciando un clima crescente di islamofobia e a volte qualche aggressione.

Si lamenta anche sui giornali una forte disaffezione, soprattutto nei giovani, rispetto a queste elezioni, e ci si chiede anche quali modelli questa società, oltre al dio denaro imperante e martellante, assieme all’effigie (non più giovanile) della regina sulle nuove monete, possa fornire.

A settembre Elisabetta sorpasserà Vittoria, regnante per 63 anni e 7 mesi, toccando legno (e non ferro) come dicono qui.

 

Alcuni giornalisti e scrittori stanno finalmente aprendo una finestra sul tema della identità storica e culturale di questo Regno non così tanto unito, sui concetti di britishness e englishness, quale bandiera sventolare e di fronte a chi e perché, e come le varie bandiere che formano lo Union Jack sono percepite a livello di unità ma anche e soprattutto  di divisione, di prevaricazione e di conoscenza storica dei fatti, a partire da epoche molto lontane, ancora prima del 1066 (la conquista normanna dell’isola).

Uno scrittore come Paul Kingsnorth sul Guardian Review  a metà marzo ha scritto un articolo/saggio dal titolo “Rescuing the English” di notevole spessore e acutezza che a me, che da anni provo a capire qualcosa della perfida Albione al di là degli schemi e degli stereotipi,  oltre a viverci , ha aperto spazi di riflessione dimenticati da tempo.

 

In estrema sintesi l’autore denuncia la disumana massificazione della società britannica ridotta a pecore consumiste deprivate della memoria e della vita della Little England rurale e delle comunità che si riconoscevano nella pratica sociale e  costituivano una nazione, almeno verso l’esterno; una volta sciolto l’Impero britannico e con l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati dal Commonwealth prima, e ultimamente anche da altri paesi, il precedente collante ideologico/sociale si è sfarinato in un magma indistinto che oggi ha dimenticato gli avi e può essere preda di pulsioni razziste e populiste.

 

 A questo contribuisce la coscienza del ruolo perduto dal Paese come regolatore mondiale di un passato ormai lontano, del supino accodarsi agli Stati Uniti gendarme del mondo (conservatori e laburisti in questo non fanno alcuna differenza).

 

Non aiuta in tutto ciò la situazione economica; nonostante le sbandierate dichiarazioni della coalizione di governo (conservatori e liberaldemocratici)  negli ultimi 5 anni l’inflazione è cresciuta più dei salari, gli studenti si sono indebitati per il futuro con l’aumento delle tasse universitarie, gli ospedali nello scorso inverno hanno denunciato uno dei peggiori disservizi degli ultimi anni con il pronto soccorso intasato da pazienti che non avevano altri servizi a cui rivolgersi.

 

Alcuni dati recenti denunciano una percentuale di circa il 50% fra i giovani appartenenti al Bame (neri, asiatici e minoranze etniche) in fascia di età 16/24 anni che sono fuori dal lavoro.

Le dichiarazioni rilasciate dal leader Ukip Farage su restrizioni al mercato del lavoro da applicare a immigrati europei (leggi Europa orientale) possono essere demagogia, ma si collocano sempre nel quadro di tentata emarginazione delle minoranze di cui sopra.

 

In queste settimane ho partecipato con un giovane fotografo siciliano che vive qui da diversi anni ad una serie di workshop di formazione fotografica per il NHS (Servizio sanitario nazionale) a Westminster.

Ci chiedono di documentare fotograficamente alcuni loro progetti nelle scuole e in centri di salute mentale, oltre ad addestrare all’uso delle macchine fotografiche alcuni loro facilitator che operano nei vari campi dei servizi sociali.

 

Il progetto fotografico dovrebbe inserirsi in un contesto più ampio a giugno, a livello di media nazionali.

La prima visita ad una scuola 11+, e cioè con studenti dagli 11 ai 16 anni, ci ha mostrato un ampio spettro di educazione pratica dei ragazzi, dai temi della sessualità ai consigli pratici sulla salute e contro il fumo, per una corretta alimentazione da seguire etc.

Questo in un quartiere “bene” della capitale, Chelsea e Kensington, con presenze basse di minoranze etniche.

Peccato che nella parte popolare del nostro quartiere di Pimlico ogni pomeriggio centinaia di studenti in uniforme all’uscita della scuola si precipitino ad ingozzarsi di grassi e maleodoranti fish&chips, presenti ovunque nei luoghi strategici per le masse di ogni età.

 

L’ultima visita ad un centro per pazienti con diversi handicap, incollati alle loro carrozzelle per gran parte della giornata, è stata non facile da gestire, ma profondamente emotiva.

Prima dell’incontro mi sono rivisto il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di molti anni fa, con un Nicholson da Oscar; la cosiddetta salute mentale sembra essere uno dei punti su cui focalizzare le piattaforme elettorali della prossima campagna.

Abbiamo trascorso e documentato più di due ore con una decina di pazienti e i loro accompagnatori, e ho imparato quasi tutte le tecniche di funzionamento delle loro carrozzine, con una minuzia di particolari discussi assemblearmente, anche se a volte con difficoltà di comprensione, non solo linguistica.

 

Vi lascio questa volta con alcune righe inviate da Antonio, il giovane fotografo trapanese, anche lui expat da diversi anni (www.antoniosansica.com).

Antonio ha documentato una comunità italiana in una cittadina inglese ed ora sta lavorando ad un progetto sui partigiani di Reggio Emilia:

 

 

Se dovessi dipingere Londra, non saprei che colore utilizzare. Fumo di Londra? Forse, ma di certo non basterebbe, perché Londra ha mille volti e infinite realtà. Non trovo semplice descrivere la mia Londra, la mia esperienza in questa città infinita. Di certo Londra non è la mia città ideale, troppo lontana dal mediterraneo, dall’intensità di quel sole tutto suo, dai ritmi diversi.

Ma a Londra sono rinato; questa città ti trasforma, la sua vita frenetica non ti dà il tempo di realizzare, di vedere che il tempo corre più veloce di te e ogni tanto  devi fermarti, rallentare per mettere a fuoco e vedere dove stai andando.

Londra è sicuramente BUSY, come i suoi BUSES, PUBS e la sua TUBE; veri flussi sanguigni di questo universo composto da culture, storie e genti di ogni angolo del mondo, che diventano LONDONERS. 

Londra è sicuramente la città dove ho imparato una lingua, e probabilmente 2 o 5 parole di altre 6 lingue.

Qui ho imparato 4 lavori, di cui uno è più di un lavoro, è la mia vita, dietro una lente che osserva altre vite e prova a raccontarle.

A Londra ho anche conosciuto una persona, con cui ho condiviso un letto singolo, e ora condividerò una vita.

 

Londra non è sicuramente l’Inghilterra, ma un grande ristorante italiano, un angolo della Thailandia, un picco della Mongolia, una piazza francese, un carnevale brasiliano; Londra è ancora di tutti, anche se certe volte non proprio per tutti.

 

Londra, fino a quando rimarrai per tutti?

 

 

Nella prossima lettera proverò a raccontarvi il risultato delle elezioni nella, diciamo così, più antica democrazia d’Europa.

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