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Lettera da Roma 01

August 12, 2016

 

All the roads lead to Rome…

 

I gabbiani, come a Pimlico vicino al Tamigi, si sentono la mattina verso l’alba anche qui, a due passi da Ponte Milvio, accompagnati dallo sferragliare del tram 2 che va verso Piazza del Popolo.

 

E’ la mia prima  e breve lettera da Roma, dopo due mesi dal mio rientro dalla perfida Albione, a un mese dalla Brexit (che darà il titolo al mio prossimo libro fotografico in uscita entro l’estate).

 

Oltre ai gabbiani, in comune le due città hanno anche il nuovo sindaco (entrambi alle prese con Mission Impossible), oltre  a milioni di topi che nella capitale inglese per ora rimangono (di solito) nel sottosuolo, mentre a Trastevere hanno morsicato una donna, con lungo calvario per raggiungere un primo soccorso medico.

La comparsa dei ratti (e di colonie di cinghiali) è dovuta all’emergenza rifiuti che hanno invaso in questo periodo quasi tutti i quartieri della Capitale. Se non si vive qui quotidianamente, è difficile descrivere e far comprendere la situazione.

 

Per quanto riguarda trasporto pubblico, qui lo vedo fermo a 3 anni fa, quando abitavo a Prati e pervicacemente lo utilizzavo per spostarmi in città: il paragone con la City è impietoso e improponibile. (Ora si scopre che i lavori della Linea 3 della metro saranno interrotti per palesi illegalità e corruzione).

 

Un esempio tra i tanti: il tram 19, che fa un percorso fantastico da Piazza Risorgimento in leggera salita fino ai Parioli, è rimasto al livello di carro bestiame, arroventato e pericoloso per chi non si assicura un posto seduto.

 

In compenso la città in luglio si svuota e il traffico diminuisce, la domenica mi riporta a scenari cinematografici di tempo fa (il Sorpasso e Caro Diario…), con la possibilità di guidare l’auto lungo viali  alberati e deserti vicino al Tevere, che rimane comunque parte integrante di Roma, mentre il Tamigi lo consideravo alieno e respingente.

 

“ Che siete tornati a fare qui?”- “ Roma vi prenderà e non potrete ripartire”: è la reazione mista e divergente dei locali quando spieghi loro la tua storia in giro per l’Europa degli ultimi 20 anni. Il sentimento comune di fondo è comunque di inferiorità rispetto agli altri paesi europei: questo hanno prodotto gli ultimi anni di gestione politica nell’opinione pubblica, e questo mi perseguita da molto tempo quando rientro nel Belpaese.

 

In questa estate di terrorimo diffuso (con accenno di ripresa di guerre di religione e relative Crociate) il pantano italiano sembra attendere una scossa, qualunque essa sia: da un lato il ventre molle della Capitale non respinge chi viene da fuori, come è successo da secoli, dall’altro ti addormenta e ti fagocita come nella Grande Bellezza. Il moto perpetuo e insensato della Londra da bere assume da qui contorni ancora più chiari e netti.

 

Alcuni amici inglesi mi mandano le loro reazioni al referendum sulla Brexit; una mail in particolare (questa amica, Kathie, laburista e femminista,ha votato per il Leave) mi comunica che sarebbe sbagliato mettere nello stesso calderone i seguaci razzisti di Farage e le persone come lei, con una storia di impegno sociale alle spalle e una rivendicazione di identità british difficile da comprendere per un non isolano.

 La doppiezza tipica dei britannici, che ho criticato tante volte nelle mie lettere, raggiunge il suo apice nella figura della nuova Premier, che dovrà guidare (lei sostenitrice del Remain) l’uscita del Regno non così Unito dall’Europa: la mia amica Kathie chiama tutto questo British Pantomime (la traduzione non è necessaria).

 

Alla prossima, care amiche e cari amici.

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